PATRIA O MUERTE
Cuba
Il titolo di questo lavoro nasce da una frase che a Cuba non è soltanto uno slogan. Patria o muerte appartiene alla storia del Paese, alla rivoluzione, alla memoria di intere generazioni. È una frase che è entrata nelle case, nelle scuole, nelle piazze, nella vita quotidiana di milioni di cubani. Oggi, dopo decenni dalla rivoluzione, quelle parole hanno assunto un significato diverso. Non sono più soltanto una dichiarazione politica, ma qualcosa di più intimo e complesso: il rapporto profondo tra un popolo e la propria terra. Cuba attraversa uno dei momenti più difficili della sua storia recente. Le difficoltà economiche, la mancanza di beni essenziali, l’isolamento e le trasformazioni sociali hanno cambiato profondamente la vita dell’isola. Ma entrando nelle case, parlando con le persone, ho trovato qualcosa che va oltre la crisi: ho trovato un senso di appartenenza ancora molto forte, un legame emotivo con la storia della rivoluzione e con ciò che essa ha rappresentato nelle loro vite. Ero già stato a Cuba altre volte, ma questa volta ho incontrato un Paese diverso. Non soltanto più povero, ma più fragile. Un Paese dove la mancanza è diventata parte della quotidianità. Manca l’elettricità. Manca il carburante. Manca il gas per cucinare. Mancano medicine e alimenti. Interi quartieri vivono con difficoltà che fino a pochi anni fa sembravano impensabili. Ma dentro questa privazione non ho trovato soltanto disperazione. Ho trovato dignità.
A Santiago de Cuba, dove in alcuni momenti la corrente elettrica può mancare per gran parte della giornata, quando arriva il buio le famiglie accendono piccoli fuochi davanti alle case per preparare da mangiare. Il legno sostituisce il gas, la fiamma sostituisce il fornello. Le pentole annerite raccontano una realtà dura, ma anche la capacità di continuare a vivere, di organizzarsi, di non arrendersi. Quelle persone non si raccontano come vittime. Non chiedono pietà. Difendono la propria storia, la propria identità, il proprio modo di essere cubani.
Anche all’Avana ho trovato una città diversa da quella conosciuta negli anni passati. Più silenziosa, più lenta, segnata dalla scarsità di carburante e dalla difficoltà degli spostamenti. Ma dietro i muri consumati, dietro le strade meno affollate, ho continuato a incontrare persone legate profondamente alla propria isola. Molti cubani con cui ho parlato portano ancora dentro il ricordo della rivoluzione, delle conquiste sociali che hanno segnato la loro vita. Per alcuni la rivoluzione non è soltanto un sistema politico: è memoria personale, è la storia della loro famiglia, è il racconto di un tempo in cui hanno sentito di avere un posto nel mondo.
Questo lavoro non vuole raccontare soltanto una crisi economica. Vuole raccontare il rapporto tra un popolo e la propria idea di patria. Per settimane ho camminato tra L’Avana e Santiago cercando non soltanto immagini, ma incontri. Ho passato tempo nelle case, ho ascoltato racconti durante lunghi blackout, ho osservato gesti semplici diventati difficili. Ho cercato di andare oltre l’immagine di Cuba costruita nel tempo: la Cuba romantica, la Cuba dei vecchi colori, delle automobili d’epoca, dei simboli. Ho cercato gli uomini e le donne che vivono quella realtà ogni giorno. Nei loro volti ho trovato fatica, ma anche orgoglio. Ho trovato la consapevolezza delle difficoltà, ma anche il desiderio di restare. Un attaccamento alla propria terra che spesso sorprende chi osserva Cuba soltanto dall’esterno. Queste fotografie raccontano un Paese ferito, ma non sconfitto. Raccontano persone che, nonostante tutto, continuano a riconoscersi in una storia, in una memoria, in un’idea di comunità. Perché forse il significato più profondo di Patria o muerte oggi non è soltanto una scelta tra restare o partire. È il racconto di un legame. Un legame profondo tra un popolo e la propria terra.